Violenza sulle donne, campagne pubblicitarie e dati

Passeggiando per Torino e per Milano, in questi giorni, non si possono non notare diverse pubblicità contro la violenza sulle donne, che mi hanno portato a fare una riflessione che vorrei condividere. Qualche tempo fa ho analizzato alcuni dati sulla violenza domestica (qui l’articolo), tratti dall’unica ricerca completa finora condotta in Italia dall’Istat sulla violenza contro le donne. Dall’analisi emergeva in primo luogo che gli episodi di violenza domestica sono molto più diffusi di quello che pensiamo (3 milioni circa le donne colpite), ed in grandissima parte, il 97%, non sono denunciati. In questo senso la ricerca si rende illuminante, perché offre uno sguardo su quel gruppo nascosto di donne di cui altrimenti non sappiamo nulla: quelle che non denunciano e che non ricorrono a centri antiviolenza, e a cui, immagino, le campagne pubblicitarie stesse si rivolgono, per spingerle a smettere di subire.

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Proprio pensando a questi dati, mi sono chiesta più volte se le modalità di comunicazione utilizzate da queste pubblicità risultino efficaci. Sono rivolte a donne che stanno accettando la propria condizione, e dovrebbero fare leva, dunque, sulle motivazioni che le spingono a permanere in una condizione di vittime. Ma quali sono queste motivazioni? Osservando i dati, solo il 18,2% delle donne ha ritenuto gli episodi subiti come un reato, piuttosto che qualcosa di sbagliato (44%) o qualcosa che è accaduto (36%). Una sparuta minoranza a seguito di episodi ripetuti di violenza ha dichiarato di essersi allontanata temporaneamente dal partner, ma il 73% delle volte è poi tornata a vivere insieme al partner. Perché? Nella maggior parte delle volte per il bene dei figli, perché lui prometteva che sarebbe cambiato o perché lo amava.

Io credo che un’informazione così preziosa non andrebbe trascurata. Non sono un’esperta di violenza sulle donne né una pubblicitaria, ma osservando una campagna come quella che dice “Ferma il bastardo” mi sono chiesta se davvero una delle donne che ha risposto così al questionario creda che suo marito sia un bastardo. Al contrario, invece, mi ha colpito positivamente la campagna adottata adesso dal Ministero delle Pari opportunità, che rappresenta coppie normalissime, decisamente light rispetto alle versioni tumefatte a cui siamo abituati, dal titolo “La violenza ha mille volti, impara a riconoscerla”. Gli slogan associati, in particolare “C’è un solo modo di cambiare un fidanzato violento. Cambiare fidanzato” e “Non sposare un uomo violento. I bambini imparano in fretta” (rappresentato assieme ad una donna sorridente ed incinta) mi sono sembrate cogliere nel segno più di molte altre.

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Un’indagine statistica come quella condotta dall’Istat dà in qualche modo voce ad una popolazione che spesso altrimenti non ha voce: il 33% delle donne ha dichiarato di non aver parlato con nessuno, neppure con amici o familiari, della violenza subita dal partner. Come emerge appunto dall’analisi dei dati, è la percezione della non gravità della violenza, la speranza nel cambiamento, l’amore, il progetto condiviso, i figli, che spingono più di altro le donne ad accettare e a subire la violenza. Se una campagna pubblicitaria vuole davvero parlare a queste donne, forse dovrebbe tenere da conto di queste informazioni.

I dati sulla violenza sulle donne

I dati sulla violenza sulle donne provengono dall’indagine Istat “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia”, compiuta nel 2006 su 25.000 donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni, in modalità CATI.

La campagna “La violenza ha mille volti, impara a riconoscerla” è stata ideata dalla deputata Anna Paola Concia, assieme alla saggista femminista Alessandra Bocchetti e alla copywriter Eliana Frosali. Mentre incollavo il link al sito della campagna ho notato che nel sito, tra i ringraziamenti, è citata Linda Laura Sabbadini, curatrice della ricerca sulla violenza sulle donne dell’Istat 2006. Forse non è un caso che questa campagna sia più in linea con i risultati emersi dalle analisi :)

  • Questo articolo dimostra quanto la statistica possa essere poliedrica e utile nei più svariati ambiti, non ultimi quelli sociali.
    Trovo l’analisi molto intelligente, e mi permetto di lanciare una provocazione: in casi come quello della campagna di YamamaY “Ferma il bastardo”, credo che il messaggio sia solo fino a un certo punto rivolto alle donne vittime di violenze, quanto piuttosto alle donne che non le subiscono ma che recepiscono in questo modo il brand in questione come schierato contro la violenza di genere (come la stessa campagna suggerisce).
    L’efficacia della campagna potrebbe avere due misure, quindi: avrà convinto più donne a denunciare il partner violento di quante ne abbia guadagnate come nuove clienti, producendo un’immagine positiva dell’azienda o delle sue politiche?
    Mi rincuora in ogni caso che almeno la campagna del Ministero delle Pari Opportunità sembri più efficace o comunque più efficacemente studiata.

  • Grazie per questa tua riflessione, che condivido pienamente. Alcune campagne pubblicitarie -soprattutto quelle promosse da cosmetici e marche di intimo – talvolta sembrano persino utilizzare il tema della violenza per mostrare i loro prodotti attraverso un’immagine d’impatto. Come tu suggerisci, sarebbe interessante capire quanto, a livello di marketing, sia una scelta che dia davvero frutti, come una sorta di forma alternativa di pink washing. Se dovessi trovare dati al proposito, non mancherò di riferirli qui sul blog :)