Violenza domestica, separazioni e ricongiungimenti

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“Sono qui oggi per parlare di una domanda inquietante, che ha una risposta altrettanto difficile; l’argomento è il segreto della violenza sulle donne. E la domanda è quella che ciascuno si pone: perchè è rimasta con lui?” Così inizia il Ted Talk di Leslie Morgan Steiner, in cui la giornalista racconta la sua storia di amore “folle” con un uomo che abusava regolarmente di lei e risponde ad una serie di pregiudizi che riguardano la violenza domestica.

La domanda mi è sembrata molto interessante (come il Ted Talk, che consiglio davvero di guardare) così ho provato a cercare un po’ di dati per trovare una risposta per il territorio italiano. E’ un tema delicato da affrontare,  e i dati che mi sono sembrati più affidabili sono quelli dell’indagine Istat “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia”, condotta nel 2006 su 25.000 donne in tutta la nazione.

I numeri delle violenze. Partiamo con qualche numero generale, per avere un’idea della dimensione del problema. Circa il 14% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia, quasi 3 milioni di donne in totale. Considerando anche le violenze da non partner si arriva a circa 6 milioni 743 mila donne.

Il sommerso. Circa il 93% delle violenze domestiche non sono denunciate, e dunque rappresentano un sommerso che è difficile considerare nelle statistiche che partono dal numero di denunce.

Le separazioni. Andando al vivo del nostro problema, alle donne che avevano dichiarato di aver subito violenze domestiche ripetute, è stato chiesto se in seguito alle violenze avevano deciso allontanarsi anche temporaneamente dal partner. Solo il 19% ha risposto di sì: proviamo a seguire queste donne.

Dove hanno vissuto. Le donne che si sono allontanate dai partner per le violenze subite sono soprattutto tornate alle famiglie d’origine (50.7%); in molti meno casi sono andate da amici o parenti (11.1%) o in un’altra casa di proprietà o in affitto (7.5%). Meno dell’1% è ricorso ad un centro antiviolenza, percentuale che dovrebbe fare riflettere. Inoltre nel 31% dei casi è l’uomo che ha scelto di andarsene, e non la donna (dunque la vera percentuale di donne che ha deciso di allontanarsi dal partner è il 13% e non il 19%)

Ricongiungimenti. Arriviamo al dato che più mi ha sorpreso. Più dei due terzi delle donne che si sono allontanate decidono di ritornare a vivere insieme: parliamo del 73%, una percentuale molto alta. I motivi più frequenti dei ricongiungimenti sono soprattutto di tipo “familiare-amoroso”: il 42.3% per il bene dei figli, il 30.7% perché lui ha promesso che sarebbe cambiato, il 27% perché lei voleva dargli un’altra possibilità, il 20.3% perché lei lo amava ancora. Seguono, a grande distanza, le motivazioni pratiche: il 10.7% ritorna insieme per  motivi economici l’8.6% per assenza di un altro posto il cui stare; ultime arrivano  le motivazioni legate a vergogna della separazione (5.7%) e minacce (0.8%).

Considerazioni. Così come in questi giorni è stato detto da molti (prima tra tutti la presidente della camera Boldrini), io concluderei che il problema della violenza sulle donne non va analizzato in termini emergenziali, ma compreso come fenomeno strutturale e culturale. Atteggiamenti fisicamente violenti, minacciosi, svilenti sembrano essere sorprendentemente diffusi, e le donne appaiono spesso disposte ad accoglierli: ne sono indice l’alta percentuale di violenze e la concomitante bassissima percentuale di denunce e di separazioni. Quando anche la violenza diventa talmente estrema da portare alla decisione di allontanarsi, il progetto di vita insieme che era stato costruito (i figli, la relazione di coppia) porta spesso le donne a ritornare sui loro passi. L’indagine Istat accoglie nella sua definizione di violenza molte diverse sfaccettature [nel paragrafo sui dati le informazioni relative], e permette perciò di mostrare un panorama probabilmente più ampio della superficiale modalità stile la Bella e la Bestia: ne emerge una presenza diffusa e sfumata di episodi di violenza domestica che si intrecciano alla vita di coppia e ai progetti di vita, con una difficoltà a collocare il limite dell’inaccettabile (ancora, dalla cronaca di questi giorni, la vicenda di Rosaria Aprea).

Concludo ancora con Leslie Morgan: “Perché sono rimasta? La risposta è semplice, non sapevo stesse abusando di me. Anche se mi aveva puntato una pistola carica alla tempia, buttato giù dalle scale, versato il caffè in testa quando ero vestita per un colloquio, non ho mai pensato a me stessa come una moglie maltrattata. Invece ero una donna molto forte, innamorata di un uomo pieno di problemi, ed ero l’unica persona nella terra che potesse aiutarlo ad affrontarli.”

Aggiornamento: Seguendo il suggerimento di Li Sa, che ringrazio davvero, aggiungo il link ad un‘intervista dell’Huffington Post a Linda Laura Sabbadini, curatrice dell’indagine Istat a cui mi riferisco e membro della commissione ONU che ha definito le linee guida a livello mondiale delle indagini statistiche sulla violenza contro le donne.

I dati sulla violenza domestica

L’indagine Istat “La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia” è stata compiuta nel 2006 su 25.000 donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni, in modalità CATI.

Cito testualmente le definizioni di violenza utilizzate: “La violenza fisica è graduata dalle forme più lievi a quelle più gravi: la minaccia di essere colpita fisicamente, l’essere spinta, afferrata o strattonata, l’essere colpita con un oggetto, schiaffeggiata, presa a calci, a pugni o a morsi, il tentativo di strangolamento, disoffocamento, ustione e la minaccia con armi. Per violenza sessuale vengono considerate le situazioni in cui la donna è costretta a fare o a subire contro la propria volontà atti sessuali di diverso tipo: stupro, tentato stupro, molestia fisica sessuale, rapporti sessuali con terzi, rapporti sessuali non desiderati subiti per paura delle conseguenze, attività sessuali degradanti e umilianti. Non vengono rilevate le molestie verbali, il pedinamento, gli atti di esibizionismo e le telefonate oscene. Le forme di violenza psicologica rilevano le denigrazioni, il controllo dei comportamenti, le strategie di isolamento, le intimidazioni, le forti limitazioni economiche subite da parte del partner.”

Le tavole statistiche, il questionario utilizzato ed il piano di campionamento sono disponibili nella pagina Istat relativa all’indagine.