Top 10 multinazionali del mercato dei semi

g15540  Ad inizio Maggio è stata esposta alla Commissione Europea una proposta di legge per la produzione e diffusione nel mercato di materiale riproduttivo vegetale.  La proposta, che intende regolamentare il mercato dei semi in Europa, non e’ stata accolta molto bene dalle associazioni ambientaliste, ed addirittura la via Campesina (associazione internazionale di agricoltori) ha lanciato una petizione sottoscritta da Slow food e da Aavaz per bloccarla.  La legge propone l’istituzione di un ufficio che registri tutti i vegetali, la frutta e gli alberi prima che essi siano immessi nel mercato, e le opinioni al proposito sono molto contrastanti: c’è chi ritiene che sia un efficace mezzo di tutela per la salute dei consumatori e chi ne scorge il pericolo per i piccoli produttori locali.

 Il timore espresso da molti articolisti e da numerose associazioni è soprattutto che questa legge possa volontariamente o involontariamente favorire ancora di più la concentrazione di potere nelle mani delle multinazionali dei semi. Ma è vero che questa concentrazione di potere esiste? – mi sono chiesta. Per rispondere a questa domanda ho trovato un documento dell’ETC group, un gruppo che si occupa di monitorare l’impatto delle tecnologie emergenti e delle strategie aziendali sulla biodiversita’, l’agricoltura e i diritti umani.

 I dati: la top 10 multinazionali dei semi. Se consideriamo il mercato mondiale dei semi, il 74% appartiene a dieci grandi multinazionali: è questo il primo dato che emerge dal documento dell’ETC group, un dato che indica effettivamente una concentrazione di potere molto elevata. In altre parole, se nel mercato mondiale fossero presenti cento semi, come nella figura, ben 74 apparterrebbero a questo gruppo di 10 grosse aziende, e solo gli altri 26 apparterrebbero a tutti gli altri. In particolare, 27 semi apparterrebbero all’americana Monsanto, che possiede dunque più di un quarto del patrimonio; 17 semi sarebbero della statunitense DuPont e 9 della svizzera Syngenta:  queste tre multinazionali insieme possiedono dunque più della metà del mercato mondiale.

 Il ciclo di vita dei semi. Per poter riflettere su queste percentuali bisogna prima considerare il funzionamento in natura dei semi e del terreno. Come tutti sappiamo le piante si sviluppano dai semi, per poi produrre frutti che generano nuovi semi: si può dire per ciò che i semi si autoriproducono, il che dal punto di vista del mercato significa che una volta acquistati non è necessario acquistarne di nuovi. I semi hanno inoltre una resa variabile, dovuta all’instabilità delle condizioni atmosferiche a cui sono sottoposti, e necessitano di particolari nutrienti nel terreno per potersi sviluppare. In condizioni naturali di biodiversità, lo stesso ecosistema (rete di piante, animali, batteri e decompositori) è in grado di produrre questi nutrienti, ma ciò non accade nei nostri sistemi agricoli, dove le coltivazione intensive e monoculturali “stressano” il terreno e costringono ad integrare i nutrienti sotto forma di fertilizzanti.

 Il mercato dei semi. I semi hanno dunque una natura che li rende poco adeguati ai meccanismi del mercato e del profitto: si autoriproducono, sono soggetti ad una resa variabile e sottoposti a produzione massiva perdono la capacità di autoregolare il terreno. D’altro canto, non solo la frutta, la verdura e i cereali nascono dai semi, ma le sementi alimentano anche il bestiame; dunque tutto il cibo di cui ci nutriamo ha origine nei semi, e rappresentano perciò un bene imprescindibile per la popolazione umana. Come ha potuto formarsi storicamente una tale concentrazione di potere, in un bene tanto prezioso quanto sfuggente alle logiche del mercato?

 La consolidazione del mercato dei semi. In uno studio estremamente interessante, Philip Howard ripercorre le tappe della consolidazione delle multinazionali dei semi. Howard sottolinea come il mercato dei semi sia stato uno dei più resistenti alla logica capitalista dell’accumulazione, e che le multinazionali si sono sviluppate solo nel momento in cui lo sviluppo dell’agricoltura massiva ha completamente trasformato i meccanismi della produzione. Howard definisce questo momento di cambiamento come una sorta di insieme di tapis-roulant: situazioni in cui è necessario correre sempre più veloce per restare fermi dove si è. Nel momento in cui le crescenti esigenze alimentari hanno portato alla nascita della produzione su larga scala, spiega Howard, la riduzione dei prezzi dovuta all’incremento di produzione ha schiacciato i piccoli coltivatori, forzandoli ad aumentare la produzione o a venire schiacciati dal mercato; la stessa produzione di massa ha iniziato ad impoverire il terreno, forzando all’uso di fertilizzanti che hanno ulteriormente ridotto la capacità del terreno di auto-mineralizzarsi. Ha così iniziato a diffondersi nel mercato un pacchetto composto da semi, equipaggiamento tecnologico e fertilizzanti, che ha spinto sempre più verso la produzione di larga scala, cannibalizzando i piccoli produttori: in un crescendo di velocità, alcune multinazionali hanno iniziato a consolidarsi, acquistando le terre di chi finiva fuori mercato e perpetuando con prodotti sempre più aggressivi il funzionamento di questi circoli viziosi.

 Gli OGM e le patenti dei semi. Diverse multinazionali e la Monsanto in particolare hanno rafforzato la loro posizione anche promuovendo brevetti tecnologici sui semi, che comportano l’obbligo per i coltivatori a pagare una tassa di proprietà intellettuale per il loro utilizzo. Oltre gli OGM, organismi geneticamente modificati, da qualche anno le multinazionali stanno depositando brevetti su ibridi, incroci vegetali prodotti naturalmente. Questa attitudine è fortemente ostacolata da associazioni come la Via Campesina, che sottolineano come la diffusione dei brevetti leda la sovranità alimentare dei popoli, ovvero la possibilità di disporre di cibi salubri e coltivati secondo metodi tradizionali. Proprio per questa ragione la proposta di legge all’UE ha suscitato un notevole scalpore, dal momento che l’UE è sempre stata molto contraria a questo genere di iniziative.

  • Trovo il post interessante, specie per i numerosi approfondimenti. A mio avviso, però, la concentrazione in questo mercato non è particolarmente elevata. Ho provato a prendere i dati di altri due mercati a caso e misurare tre semplici indici, di seguito indicati con C3, C4 e C5.
    Questi indici sono la somma delle quote di mercato delle prime 3, 4 o 5 imprese in un dato mercato. Ovviamente, per fare un confronto con i tuoi dati, ho utilizzato le quote di mercato mondiale. I dati che ho trovato con una ricerca veloce riguardano il mercato dei telefoni cellulari (http://bgr.com/2013/07/26/mobile-phone-market-share-q2-2013/) e delle crociere (http://www.cruisemarketwatch.com/market-share/).
    Il fatto che abbia preso questi dati a caso è evidente dal fatto che non mi sarebbe mai venuto in mente di cercare le quote di mercato del mercato delle crociere (con tutto il rispetto per questo mercato).
    Mercato dei semi (dato da te citato): C3= 53%, C5 = 62%.
    Mercato dei cellulari: C3=51,6%, C5= 60,8%.
    Mercato delle crociere (usando i dati delle compagnie proprietarie, ovvero CCL e RCL, e non delle loro aziende controllate): C3= 79,3%, C5=88,8%.
    Personalmente mi sono trovato spesso a osservare dati di concentrazione nazionali, per cui conosco poco quelli mondiali. Sulla base di questo esempio, però, e premesso che per avere un’idea di come si distribuiscono le quote di mercato a livello mondiale nei diversi settori si dovrebbero collezionare i dati di molte altre industrie, la mia impressione è che nel mercato dei semi ci sia un buon livello di concentrazione, ma non eccessivamente elevato.

  • Pardon, non ho riportato il C4.
    Semi: 58%
    Cellulari: 56,2%
    Crociere: 86,3%

  • datalamppost

    Ti ringrazio molto per il tuo commento, che offre uno spunto di riflessione molto interessante. Effettivamente i dati che mostri indicano che nel mercato mondiale numeri simili a quelli del mercato dei semi tendono a presentarsi. Tuttavia esiste una differenza notevole tra gli oggetti a cui ci riferiamo: cellulari e crociere sono prodotti “artificiali” e non strettamente necessari alla sopravvivenza. Lo stesso non puo’ dirsi dei semi, che costituiscono la base alimentare dei popoli di tutto il mondo, e che da sempre esistono e potenzialmente sono commerciabili. Quello che sta avvenendo nel mercato dei semi e’ un veloce e relativamente nuovo processo di accentramento (nel 2007 la percentuale di mercato posseduta dalle prime 10 multinazionali, sempre secondo l’ETC group, era “solo” il 67%), che ha un impatto enorme su un bene primario dell’uomo, il suo accesso al cibo. Questo processo secondo me merita un’attenzione profonda ed una maggiore sensibilizzazione da parte nostra, in particolare nel momento in cui questi temi vengono dibattuti in sede europea. Grazie ancora per il tuo puntuale commento, preciso come sempre :)