Finanziamento pubblico ai partiti: l’Italia, il mondo

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Ho deciso di scrivere questo articolo per mostrare qualche dato sul finanziamento pubblico ai partiti: si tratta infatti di un ambito in cui, secondo me, la retorica ha talmente confuso i termini in gioco da offuscare il senso stesso dell’argomento. In particolare proverò a mostrare perché i rimborsi elettorali non dovrebbero avere questo nome, perché la dichiarazione di Letta sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è parecchio imprecisa, e perché tutto sommato, abolire i finanziamenti pubblici non è forse così sensato.

Una regolamentazione contorta. Il finanziamento pubblico ai partiti non è espressamente indicato nella nostra costituzione, e venne introdotto nel 1974 con la legge Piccoli; nel 1993, in periodo post-Tangentopoli, il finanziamento pubblico venne abolito come esito referendario (90,3% di voti favorevoli), ma venne presa la controversa decisione di mantenere la presenza di rimborsi elettorali pubblici a copertura delle spese sostenute in campagna elettorale. Nel 1999 venne stabilito che il contributo dovuto ai partiti sarebbe stato erogato annualmente, e non in un unica rata come inizialmente previsto. Nel 2002, con la conversione all’euro, l’importo dovuto come rimborso venne in pratica raddoppiato. Nel 2006 venne estesa l’erogazione del contributo a tutti gli anni di legislatura, anche in caso di caduta del governo: a seguito della caduta di governo del 2008, dunque, i partiti hanno ricevuto un doppio finanziamento fino al 2010, quando la norma (conosciuta come proroga-regalo) venne abrogata. Nel 2012 il governo Monti ha dimezzato il fondo annuale dei contributi e modificato il regolamento di attribuzione, ma i rimborsi elettorali sono rimasti sostanzialmente in vigore fino a qualche giorno fa, quando il governo Letta ha dichiarato l’abolizione dei finanziamenti pubblico ai partiti.

I dati e le ragioni. Il grafico riporta, dal 1994 al 2010, le spese elettorali accertate dalla Corte dei Conti ed i corrispondenti contributi statali erogati a loro copertura (rimborsi elettorali). Mentre nei primi anni novanta i rimborsi avevano un importo prossimo alle spese, dalle elezioni politiche del 2001 è avvenuto un vero e proprio scollamento tra i due dati: in quell’anno, infatti, la spesa sostenuta per le elezioni è stata di circa 49 milioni di euro, mentre il rimborso ha toccato i 476 milioni. Da quel momento, i contributi sono corrisposti a circa il 300% delle spese effettuate, per ogni elezione. Perché? La ragione è che i rimborsi elettorali sono decisi a priori, e costituiscono un fondo che viene poi ripartito tra i partiti in base al risultato delle elezioni. Supponiamo che il partito di Pluto investa 1 milione di euro per la propria campagna elettorale, e venga eletto col 5% dei voti. Se il fondo vale 100 milioni di euro, Pluto riceverà 5 milioni come rimborso per le spese sostenute, anche se in verità ha speso solo 1 milione: di fatto, dunque, Pluto riceverà 4 milioni in più ‘gratis’. In questo senso la Corte dei Conti ha denunciato queste irregolarità numerose volte: nelle relazioni del 2008 e del 2010 scrive ad esempio che ‘pur riferendosi al contributo statale come concorso alle spese elettorali [la legge in vigore] disciplina l’erogazione del finanziamento sulla base del risultato utile conseguito dalle formazioni politiche, senza alcun effettivo collegamento con le spese realmente sostenute’ (referto 2010, pag.23). Dunque ‘quello che viene normativamente definito contributo per il rimborso delle spese elettorali è, in realtà, un vero e proprio finanziamento’ (referto 2008, pag. 181).

Il ‘finanziamento publico’. Insieme al distacco tra contributi pubblici e spesa elettorale, in questi anni è cresciuto il malcontento per i costi della politica, bollati nell’indistinto nome di ‘finanziamenti pubblici’. Il 13 dicembre persino il premier Enrico Letta e il ministro Quagliarello hanno annunciato con una serie di tweet l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Le loro affermazioni sono imprecise sotto molti punti di vista, ma innanzitutto a livello formale esprimono bene la confusione (in parte retorica) in corso tra finanziamenti pubblici e rimborsi elettorali. Infatti: 1) Il finanziamento pubblico ai partiti non può essere abolito, essendo già stato abrogato nel 1993 come esito del referendum. Ciò che è ancora in vigore sono i rimborsi elettorali. 2) In questo senso, le affermazioni che dichiarano i rimborsi elettorali contrari alla volontà popolare espressa nel 1993 sono anch’esse imprecise, in quanto nel 2000 è stato promosso un referendum per l’abolizione dei rimborsi elettorali, ma è risultato perdente. 3) Quello che invece non è assolutamente legittimo è lo scollamento totale tra spese elettorali e relativi rimborsi, che ha di fatto fornito dei finanziamenti pubblici ai partiti, pur normativamente definendoli rimborsi elettorali. In questo senso, come denunciato numerose volte dalla Corte dei Conti, il collegamento tra spese e rimborsi avrebbe permesso di risparmiare tra il 2001 e il 2010 circa 160 milioni l’anno (mediamente, infatti, i partiti hanno speso circa 53 milioni per elezione, venendo rimborsati per circa 215 milioni).

 La nuova proposta del governo. Riprendiamo la proposta del governo, che abolisce completamente i rimborsi elettorali e li sostituisce con una contribuzione volontaria da parte dei cittadini pari al 2×1000 del reddito, completamente detraibile. E’ corretto dire che adesso la politica non ha più finanziamenti pubblici? Mi verrebbe da dire che al contrario, per la prima volta in 20 anni, adesso la politica avrà un finanziamento pubblico legittimo! Come non hanno mancato di osservare alcuni (ad esempio lavoce.info), infatti, una contribuzione detraibile al 100% è di fatto una tassa sulle spalle di tutti i contribuenti. Supponiamo che il signor Mario decida di destinare il suo 2×1000 al partito di Pluto, perché è un suo sostenitore. Se questo 2×1000 (ipotizziamo pari a 10 euro) può detrarlo al 100% dalle tasse, non sarà lui a pagare i 10 euro: saranno tutti i contribuenti insieme che dovranno pagare delle tasse un po’ più alte per farsi carico della donazione. Se il contributo non fosse detraibile, allora sarebbe un finanziamento privato: il signor Mario rinuncia a mangiare la pizza e dona i suoi 10 euro al partito di Pluto. Ma un contributo detraibile al 100% è un contributo pubblico al 100%.

 Ma il finanziamento pubblico ai partiti è il male assoluto? Tanto scollamento tra le parole e il loro significato, tanta retorica da parte della politica, della stampa, dell’opinione pubblica, hanno secondo me fatto perdere di vista il senso del discorso. E’ vero che il finanziamento pubblico ai partiti è voluto solo dai politicanti mangiadenaro, dagli attaccati alla poltrona, da coloro che vogliono succhiare il midollo ai cittadini? Prima di essere così categorici, sarebbe forse il caso di dare un’occhiata a cosa accade nel mondo. Come emerge dai dati raccolti dall’ACE, organismo di controllo internazionale sui sistemi elettorali, quasi tutti i paesi del mondo prevedono forme di finanziamento pubblico alla politica. I principali paesi che non lo prevedono sono Venezuela, Botswana, Egitto, Pakistan, Myanmar e Zimbabwe, e tutti hanno situazioni politiche estremamente complesse, talvolta dittature. Abolire il finanziamento pubblico, dunque, significa battere una strada poco usuale nel mondo, e di fatto assente dal mondo occidentale. A questo proposito, per quanto sia tautologico, forse è bene ricordare qual è l’alternativa a pubblico: si è tanto lottato nell’ultimo referendum perché l’acqua fosse un bene comune, e non ci si preoccupa che la politica possa diventare un bene privato? Rendere la politica sobria, ed insieme proteggerla dalla vulnerabilità al potere economico privato: è questa secondo me la sfida legislativa da affrontare sul finanziamento pubblico ai partiti. Sicuramente la situazione che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, fatta di irregolarità da un lato e slogan dall’altro, non ha aiutato la riflessione, ma forse è il caso di ripensare da capo questo tema, senza retorica e con intelligenza.

 

Finanziamento pubblico ai partiti mondo

 

I dati sul finanziamento pubblico

I dati pubblicati nella prima infografica sono tratti dal ‘Referto ai presidenti dei consigli regionali sui consuntivi delle spese e dei finanziamenti delle formazioni politiche presenti alla campagna elettorale del 28 e 29 marzo 2010 per il rinnovo dei consigli delle regioni a statuto ordinario’, redatto dal Collegio di controllo sulle spese elettorali, della Corte dei Corti. La Corte, infatti, è stata incaricata dal 1994 al 2012 di verificare le spese elettorali sostenute dai partiti alle elezioni e i corrispondenti contributi erogati dallo stato, e in quel documento fornisce, a pagina 61, una tabella riassuntiva di tutti i dati dal 1994. Questo contributo preziosissimo, ma quasi introvabile in rete, fornisce tutti i dati ufficiali disponibili sui rimborsi elettorali, da quando sono stati istituiti. Nota: poiché i contributi sono erogati annualmente, nei dati riportati dalla Corte dei Conti risultano versate, per le ultime tre elezioni, solo alcune delle quote previste. La linea tratteggiata indica i contributi complessivamente previsti per elezione, mentre la linea continua rappresenta i contributi erogati come riportati nella tabella del documento.

I dati della seconda infografica sono tratti dalla sezione ‘Dati comparativi’ dell’ACE, Electoral System Network. L’ACE è un progetto internazionale promosso da numerose organizzazioni (compresi l’Istituto elettorale canadese e messicano e l’Unione Europea), che raccoglie notizie, norme e dati sui sistemi elettorali nel mondo. La distinzione in finanziamento pubblico diretto e indiretto individua nella prima categoria il trasferimento diretto di denaro ai partiti, nella seconda la fornitura di servizi gratuiti o a prezzi agevolati.

 

 

 

  • salvatore

    Molto interessante e chiaro. Viene la tristezza a vedere i piccoli sotterfugi di una politica miope da un lato e la confusione che c’è tra il giusto disgusto verso i cattivi politici e l’ingenuità populista dall’altro. Il problema non è il finanziamento ai partiti o lo stipendio ai parlamentari (che comunque va ridotto) ma quali partiti e quali parlamentari, da noi peraltro eletti, percepiscono questi benefici.
    Mi chiedo spesso chi di noi affiderebbe ad un chirurgo improvvisato la propria vita. Ciascuno di noi pagherebbe, se potesse, il chirurgo migliore per salvare la prorpia vita personale. Vorremmo affidare invece la nostra vita sociale a politici improvvisati, senza volergli dare un contributo economico, quasi missionari dell’ideologia. Ma la società non è la chiesa e bisogna selezionare i più capaci a guidarla, non i più disponibili (magari perchè non hanno altro da fare)…

  • Fulvio

    Articolo chiaro e molto ben argomentato. Peraltro io
    appartengo a quella esigua minoranza che votò, al referendum, per il
    mantenimento del finanziamento pubblico
    ai partiti. E mi fa molto piacere vedere che a distanza di parecchi anni un
    argomento come questo, affrontato con lucidità e metodo, arriva ad una
    conclusione quasi obbligata. Se si vuole salvaguardare il più possibile la
    democrazia da gruppi di potere e lobbies, condizione necessaria (certo non
    sufficiente), è che i partiti percepiscano finanziamenti, ragionevoli negli
    importi, ma pubblici. Certo la ns classe politica ha fatto di tutto per farsi
    odiare e mostrare di sé un’immagine ladresca e arraffona. E nessuno, penso, possa nutrire dubbi sulla necessità di estirpare il cancro dei rimborsi elettorali.
    Ma attenzione a non uccidere la pianta della democrazia che ha bisogno di partiti indipendenti nelle scelte. Purtroppo in Italia questi sono discorsi difficili da fare. Si
    inseguono gli slogan (no al finanziamento pubblico dei partiti) e non si entra nel
    merito di una questione molto delicata. Ti ringrazio Mariachiara per questo tuo
    bel contributo.

  • Vi ringrazio molto per i vostri commenti, che oltre a farmi piacere, offrono ulteriori elementi alla riflessione. Il rapporto tra democrazia e finanziamenti è sicuramente complesso da definire, e deve individuare il giusto mezzo tra una necessaria sobrietà negli importi e la salvaguardia di quell’indipendenza delle scelte che tu Fulvio giustamente sottolinei. Ma se davvero volessimo strutturare una legge sul finanziamento che aiuti la politica ad essere autonoma (piuttosto che arraffona), avremmo a disposizione moltissime legislazioni da cui trarre spunti di analisi. Ad esempio in Gran Bretagna i finanziamenti, in realtà piuttosto ridotti come importo, vanno a sostenere più l’opposizione che la maggioranza, per compensarne il potere. In Germania una parte dei finanziamenti va a costituire un surplus proporzionale al denaro ricevuto con le donazioni, considerate un indice del radicamento del partito nel territorio. In Francia i finanziamenti sono vincolati al rispetto di alcune norme, come ad esempio una certa presenza di donne tra i candidati del partito, e non sono concessi finanziamenti da parte di aziende e stati esteri. Con questi esempi non voglio proporre queste soluzioni, che senz’altro andrebbero ulteriormente analizzate per capirne meglio le implicazioni: mi ha fatto riflettere, però, quanti correttivi si siano diffusi negli stati che ci circondano per cercare di rendere i finanziamenti un bene e non un male. Purtroppo l’impasse in cui si trova il dibattito politico da più di vent’anni ha completamente congelato la riflessione su questi temi.