Dai nuovi nati alle pensioni: la piramide delle età

 

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“Fatta l’Italia, contiamo gli italiani”. Così si potrebbe modificare la celebre frase di D’Azeglio, dal momento che nel 1861, una volta unita l’Italia, l’idea di quanti fossero e quali caratteristiche avessero gli italiani era molto nebulosa. Così, il 31 dicembre 1861, su decreto del re Vittorio Emanuele II, venne introdotto un primo censimento per “numerare” la neonata popolazione italiana; da allora, la prassi del censimento si è ripetuta ogni 10 anni, ed esattamente ogni anno che finisce per “1”, compreso l’ultimo, il 2011 (molti ricorderanno di averne compilato e consegnato i moduli). Per pura curiosità ho provato a confrontare alcuni risultati del primo e nell’ultimo censimento, per vedere come si è modificata tra struttura per età dell’Italia negli ultimi 150 anni. Le considerazioni che si possono trarre da analisi di questo tipo sono in realtà estremamente vaste: dalle variazioni su natalità e aspettativa di vita, fino alla sostenibilità dell’attuale sistema pensionistico.

La piramide dell’età. Il grafico più utilizzato per questo genere di elaborazioni è detto piramide delle età o piramide demografica. Questo tipo di rappresentazione riporta sull’asse verticale le classi di età e sull’asse orizzontale la numerosità della classe di età in questione; il grafico è generalmente distinto in due sezioni parallele, una per i maschi (barre blu) ed una per le femmine (barre rosa). La forma del grafico fornisce una rappresentazione intuitiva dell’andamento demografico di una popolazione: mentre una forma triangolare, o piramidale, indica una popolazione giovane ed in crescita, un grafico più corposo nella parte alta indica una popolazione anziana ed in declino demografico.

Il 1861. Nell 1861 la forma del grafico è prettamente triangolare, con una base ampia costituita da bambini ed adolescenti, un numero più ridotto di adulti ed una popolazione anziana quasi inconsistente. Questa è la forma tradizionale che assume la popolazione nelle economie “povere”, con un’ampia natalità, una mortalità notevole anche in età infantile (lo rivela la barra dei 5-9 anni decisamente più corta di quella degli 0-4 anni), ed un’aspettativa di vita ridotta. Nel 1861, dunque, gli italiani facevano molti figli, e li perdevano facilmente, la mortalità era elevata e gli anziani erano davvero pochi. Le persone in età da lavoro –la fascia più scura del grafico, persone tra i 15 ed i 65 anni- dovevano quindi sostenere molti bambini e pochi anziani.

Il 2011. La forma del grafico nel 2011, invece, risulta del tutto differente. Cosa è successo, dunque, in questi 150 anni? La mortalità infantile è stata sostanzialmente annullata, ma non solo: l’andamento decrescente delle barre nella parte inferiore del grafico indica che il tasso di natalità si sta progressivamente riducendo. La popolazione di mezza età e anziana, invece, è diventata una parte molto consistente della popolazione, indicando un’aspettativa di vita sempre più alta ed una riduzione della mortalità anche nelle fasce più mature. La popolazione in età da lavoro, dunque, deve adesso sostenere pochi bambini e molti anziani.

Conseguenze. Le conseguenze di una struttura della popolazione così mutata sono molto numerose, e la prima di queste è molto spesso nei dibattiti degli ultimi mesi: la difficile sostenibilità del “vecchio” sistema pensionistico, basato sull’idea implicita di un’aspettativa di vita minore e una classe giovane più ampia. Il numero crescente di anziani a carico della popolazione in età da lavoro pone di fronte ad un bivio: o aumenta la produttività della classe in età da lavoro, ossia la sua capacità di sostenere la fascia di popolazione a carico, o questa stessa classe deve essere ampliata. Da qui l’idea sempre più diffusa di un innalzamento dell’età pensionabile, che incrementi la popolazione in età da lavoro e riduca congiuntamente la popolazione a carico (in termini grafici significa scurire le barre dei 65-70enni). Senza entrare nel merito delle riforme proposte o realizzate, esse rispondono ad un mutamento demografico strutturale che è da tenere in considerazione per costruire un dibattito basato sui fatti. Tra l’altro è da notare che la classe in età 15-19 è notevolmente più ridotta della classe 20-25: ciò significa lo squilibrio tra popolazione produttiva e popolazione a carico andrà ad incrementarsi nel tempo, in quanto le immissioni nel mercato del lavoro saranno sempre più ridotte. Inoltre l’andamento decrescente delle barre nella parte inferiore del grafico indica una natalità sempre più ridotta, che implica una numerosità della popolazione in declino.

Conclusioni. La struttura demografica che emerge da questo confronto è quella di un paese con una classe anziana molto ampia, una classe in età da lavoro in cui si ci aspetta poco ricambio generazionale ed una classe giovanile di dimensione sempre più esigua. Le proiezioni che propone l’Istat rispetto al futuro (qui in versione animata) non lasciano immaginare nessuna inversione di tendenza: a livello demografico si sta dunque operando una trasformazione di struttura che richiederebbe una fortissima attenzione prima di portare conseguenze insostenibili – sulla gestione degli anziani, sul mercato del lavoro, sul sistema delle pensioni.

Nota. L’immigrazione di fatto modifica la piramide dell’età “iniettando” forza lavoro giovane e nuovi nati, e mitigando parzialmente l’insostenibilità della struttura per età della popolazione italiana. Potrebbe essere interessante vedere in che modo avviene questa modifica.

I dati sui censimenti per classe di età

Nel sito seriestoriche.istat.it sono disponibili tutte le serie storiche prodotte dall’Istat, compresi i dati censuari. I dati sono espressi in migliaia ed esprimono il numero di residenti per classe di età quinquennale. I dati sul censimento del 2011 non sono ancora collezionati nella raccolta di dati storici, e sono reperibili nella sezione demo.istat, che raccoglie tutti i dati demografici, censuari ed intercensuari. Schiacciando sul tasto “Tavole” della pagina relativa al 2011 è possibile accedere ai dati del censimento, disponibili tuttavia per ogni anno di età e non per classi quinquennali.